Un muffin in biblioteca

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2 November 2011
Un muffin in biblioteca
autocad 2008 LT

p>Nella vita faccio ricerca. Fondamentalmente mi occupo di letteratura e di storia. Il mio laboratorio è la biblioteca e ve lo voglio raccontare.
Moltissime delle biblioteche universitarie inglesi sono a scaffale aperto (vai a prenderti i libri da solo, per intenderci) e sono organizzate in modo tematico (storia, letteratura, teologia, scienze, legge ecc., con un’infinita serie di suddivisioni). Questo significa innanzitutto che, se partirete cercando un libro o un articolo, tornerete indietro con almeno tre, ovvero: avrete scoperto l’esistenza di due titoli che fino a quel momento ignoravate o non avevate preso in considerazione, e che hanno fortissime probabilità di essere molto più utili del primo, quello per cui vi siete mossi. È anche il motivo per cui, in posti come questi, troverete sempre gente seduta per terra sotto montagne di scaffalature alle ore più improbabili. Mai vista una di queste biblioteche chiudere prima delle otto di sera; al Warburg Institute, da borsista, ho avuto la ventura di aggirarmi per i corridoi a mezzanotte, e non ero mai sola. Lì ho imparato una cosa fondamentale: non c’è catalogo, per quanto ben fatto, che possa sostituire i piedi.

L’impulso che un simile sistema dà alla ricerca è incalcolabile (e si vedano le parole di Claudio Giunta su Le parole e le cose). Lo sa chi lo ha provato: la quantità di cose che passano sotto gli occhi e modificano il ragionamento si moltiplica in modo esponenziale. Nelle biblioteche italiane, spesso ottime per patrimonio, si è per lo più costretti a richiedere i volumi (solitamente un numero ridotto) compilando una scheda, aspettare il momento della distribuzione (tempi di attesa: dai 5 minuti alle 5 ore), capire per quanto lo si può tenere, a quali restrizioni è soggetto il fondo cui appartiene, se si possono fare fotocopie. Spesso va tutto bene, ma vi assicuro che si può aspettare per due ore un libro che non arriverà mai, perché nessuno sa che fine abbia fatto (si narra persino che a Firenze diano per alluvionati testi post-alluvione). E comunque, niente piedi.

Un’altra sensibile differenza, forse ancora più importante, sta nel fatto che la biblioteca centrale (che talvolta è l’unica, tranne strutture di servizio per studenti) di un’università anglosassone contiene squadernati tutti i libri a sua disposizione di tutte le discipline. La sezione di storia non è in un altro edificio a due chilometri di distanza. La teologia non è confinata nello scantinato di filosofia e nemmeno all’istituto di scienze religiose finanziato dalla Curia. No. sta al piano di sopra. E i testi di astronomia non devo andare a prendermeli alla Facoltà di Fisica sotto lo sguardo attonito degli astanti (non è un esempio assurdo: a me è capitato). No. Sono lì.

La British Library

Le biblioteche, naturalmente, non sono solo universitarie: ben prima ci sono quelle pubbliche, di quartiere, comunali e nazionali. Esse, si sa, costano, soprattutto quelle specializzate o che ospitano collezioni antiche. Non è semplice spiegare al contribuente medio perché, in tempi tanto tribolati come quelli attuali, dovrebbe finanziare l’acquisto di libri che solo pochi pazzi leggeranno, pagando pure riscaldamento e luce per lunghi orari di apertura. Ma se volete capire cosa può essere davvero una grande biblioteca e cosa può rappresentare per un intero paese, nella vostra prossima gita a Londra fate un salto alla British Library. Fondata nel 1973, essa è l’erede del patrimonio precedentemente conservato al British Museum. I primi nuclei della collezione risalgono al ’700, con le donazioni di alcuni fondi e della libreria di Giorgio III, oggi stoccata in un enorme cubo di vetro al centro della sede di St Pancras. Intorno a quel cubo si diramano i piani e le passerelle di un edificio funzionalissimo e, almeno dentro, splendido (l’esterno è stato paragonato dal Principe Carlo a un forno crematorio…pazienza). Alla base si trovano la caffetteria (ordinate una zuppa e l’ottimo muffin, e mangiateveli ammirando i libri antichi di Re Giorgio) e una serie di divanetti sempre affollati di persone che lavorano con i loro portatili.
La British Library custodisce la seconda collezione al mondo di documenti antichi dopo la Biblioteca Apostolica Vaticana, un immenso numero di libri moderni, una straordinaria collezione di mappe. Ma non solo. È una casa editrice e – credetemi – è un centro di sviluppo di start-up imprenditoriali, di consulenza per l’innovazione e la protezione dei brevetti. Organizza workshop su come si scrive un business plan e fornisce aiuto per le analisi di mercato. Che c’entra una biblioteca con tutto questo? C’entra. Perché lì c’è la world’s knowledge,  come recita il loro slogan: la conoscenza che il mondo possiede di se stesso e ogni possibilità di comunicare. Secondo l’ultimo bilancio, la BL ha ricevuto dal governo inglese 137.9 milioni di sterline (circa 156 milioni di €), oltre al supporto di privati. Si tratta comunque di un budget tagliato, al punto che di recente sono state prepensionate o licenziate moltissime persone.

Non sparate, per carità

Leggendo una dichiarazione del luglio 2010 di Mauro Guerrini, presidente dell’Associazione Italiana Biblioteche, si apprende che gli «investimenti pubblici a favore delle 46 biblioteche statali negli ultimi 5 anni sono stati drasticamente dimezzati, con un abbassamento del budget da 30 a 17 milioni di euro annui» [fonte] (fermatevi un secondo: 17 milioni per 46 biblioteche). Oggi ho firmato un appello  della stessa AIB «per chiedere un’inversione di rotta che porti maggiore attenzione e maggiori risorse per le biblioteche italiane, prima che sia troppo tardi». Qualche giorno fa, invece, ho letto con autentico sconcerto il resoconto di un’assemblea di pericolosi sovversivi (bibliotecari, studiosi, studenti, scrittori, lettori) davanti alla Biblioteca Nazionale di Roma, circondati da un cordone di poliziotti in tenuta anti-sommossa. Qualche mese fa, ero incappata in un articolo di Tullio Gregory sulla prima pagina del Domenicale del Sole24Ore che lanciava un autentico grido d’allarme per le condizioni disperate della Biblioteca Nazionale di Firenze, sopravvissuta sì all’alluvione, ma di fatto agonizzante.

Ci meritiamo qualcosa di meglio. Noi Italiani, dico. Ci meritiamo un posto decente, riscaldato, con una caffetteria dove mangiare una zuppa, la carta igienica nei bagni, prese per i computer ai tavoli. I nostri incredibili tesori (manoscritti, mappe, incunaboli) si meritano sale ariose in cui essere consultati da persone competenti, non obbligatoriamente ottuagenarie, che sappiano come pagare la zuppa di cui sopra. La mia generazione merita l’opportunità di fare impresa a partire dagli scaffali di una biblioteca e dai suoi corridoi. I miei concittadini meritano di visitare mostre gratuite allestite nelle nostre Biblioteche Nazionali, che sono e devono essere motivo di orgoglio. Perché chiunque, chiunque, quando gli fai vedere un libro miniato, un papiro antico, una delle prime Bibbie di Gutenberg, e gli spieghi in trenta secondi, con semplicità e bene che cosa sta guardando, rimane a bocca aperta. E perché nessuno, nessuno, decide programmaticamente di restare ignorante, almeno rispetto al lavoro che fa, qualsiasi esso sia. È così da sempre, dagli australopitechi a oggi. È la chiave dell’evoluzione e della crescita.

pubblicato da
Anna Pegoretti è nata a Trento nel 1978 ed è ricercatrice all'Università di Warwick (UK). Dopo gli studi nel Conservatorio della sua città si è trasferita a Bologna, dove si è laureata in Lettere Moderne con una tesi dantesca, poi diventata un libro. Nel 2009 ha conseguito un Dottorato in Studi Italianistici presso l’Università di Pisa. Si occupa principalmente di Dante, della sua ricezione manoscritta, della cultura e letteratura medievale nell’Italia due-trecentesca. Nell’autunno del 2010 è stata F.A. Yates Fellow presso il Warburg Institute di Londra. Nel biennio 2011-12 è stata Newton Fellow per la British Academy all’Università di Leeds. Si sta specializzando nel racchiudere la vita in una valigia ostentando una qualche disinvoltura. Scrive nel blog di Ultima Sigaretta.

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29 commenti per “Un muffin in biblioteca”

  1. Quello che descrivi è un presente presto passato prossimo. Le biblioteche univesitarie, ma non solo, si stanno attrezzando per compiere il salto verso il digitale. Il libro di carta, soprattutto il manuale, il trattato, è oramai sul viale del tramonto. Le riviste, soprattutto scientifiche, oramai si consultano quasi esclusivamente online.
    Nessuna biblioteca può avere una collezione esauriente su tutte le principali discipline su scaffale aperto e per giunta con una classificazione a soggetto. È economicamente e logisticamente impossibile. I libri elettronici permettono soluzioni come il PDA (Patron Driven Acquisition), permettono di dare in prestito un libro a più persone contemporaneamente, ti evitano lo sconforto di andare allo scaffale e, ups il libro non c’è.
    Purtroppo il ritardo dell’Italia, in questo come in altri settori, è tale che è necessario un vero e proprio salto, non bisogna inseguire quello che c’è negli altri paesi, ma copiare le soluzioni che si stanno progettando ora, per non essere ancora, cronicamente, in ritardo.

  2. Gentile Massimo,
    grazie della lettura e del commento cosi’ informato. Credo fortemente che il futuro sia ampiamente digitale, specialmente per quanto riguarda riviste specializzate e manuali. Ritengo anzi che le riviste dovrebbero diventare progressivamente solo digitali, con gran giovamento per tutti, a partire dagli alberi.
    Sono un’accanita utilizzatrice di Google Books, di Archive, di fondi digitali e quant’altro, sia per i testi che per le immagini. Studiando manoscritti, puo’ immaginare la mia felicita’ quando ne trovo uno digitalizzato e visibile in rete. Idem per incunaboli e cinquecentine, o qualunque testo a stampa difficilmente reperibile.

    Credo pero’ anche, e fortemente, nel valore dei luoghi e dei libri nel senso stretto e fisico nel termine. Nemmeno la digitalizzazione puo’, a mio parere, sostituire i piedi, gli incontri che si possono fare in biblioteca, la zuppa.

    Non ambisco ad una biblioteca onnicomprensiva: e’ un’idea irrealizzabile, borgesiana. Ambisco piu’ modestamente ad un maggior impegno italiano nel modernizzare le nostre strutture e a investirvi, anche – naturalmente – nel senso da lei proposto. Credo che su questo potremmo essere buoni alleati.

    Cordialmente.

    • Buongiorno Anna,
      arrivo qui da Nuovo e Utile di Annamaria Testa.

      Sicuramente la biblioteca della mia città http://panizzi.comune.re.it/ (Biblioteca Panizzi http://it.wikipedia.org/wiki/Antonio_Panizzi … ) non può reggere il confronto con librerie del calibro della Bristish Library o di città molto grandi, però funziona bene ed assolve il proprio dovere; ovviamente tutto è migliorabile, ma il servizio bibliotecario credo sia in generale di buona qualità.

      Allo stesso modo trovo molto buono anche il servizio delle biblioteche di quartiere, a partire dalla nuova biblioteca di San Pellegrino http://panizzi.comune.re.it/Sezione.jsp?titolo=Biblioteca+S.Pellegrino+-+Marco+Gerra&idSezione=116

      Inoltre negli ultimi anni posso dire che sono stati compiuti sforzi ed investimenti che passano anche attraverso ad iniziative come: “http://www.reggionarra.it/”, “http://www.reggionarra.it/notte-dei-racconti/” , “i giorni delle biblioteche aperte”, ecc.

      Allargando l’orizzonte però possiamo trovare vere e proprie “biblioteche-museo” con veri e propri tesori che appassiscono dentro scatoloni (vedi il museo dell’illustrazione di Paola Pallottino http://www.illustrazione.com/)

      Concordo sulla necessità di sfruttare il digitale, ma ritengo che alcuni “tesori” non possono non essere toccati con mano e visti da vicino.

      Ciao
      Alesatoredivirgole

  3. A puro titolo informativo, segnalo un progetto molto affascinante in Olanda e precisamente a Delft.
    Si chiama DOK – Library Concept Center, biblioteca fisica e digitale, anzi molto di più.

    http://www.dok.info/

  4. Vorrei aggiungere che gli Stati Uniti hanno un patrimonio di public library parimenti importante non per il valore dei testi custoditi ma per la funzione sociale che rappresentano. In piccole cittadine del midwest, in sperduti villaggi dell’ovest si trova sempre questa istituzione che offre a tutti (cittadini e turisti!) la possibilità di consultare libri, qualche postazione internet, un bagno pubblico.
    Credo inoltre che ogni public library sia in connessione con la biblioteca del congresso e sia in grado di procurare qualsiasi testo ivi conservato.
    Inoltre va sottolineato il tentativo, embrionale ma significativo, che in alcuni comuni dell’Emilia Romagna si sta facendo per trasformare le biblioteche in piazze coperte, luoghi di incontro e di scabio culturale; con sale di proiezione, sale lettura/gioco per i piccoli e talvolta ottime caffetterie.

    Posso dire viva le biblioteche?

  5. massimiliano nastri 09/11/2011 - ore 21:11

    facendo un terzo dottorato a Belfast, so che significa avere una biblioteca aperta, personale disponbile (non gentile, semplicemente che fa il suo lavoro), risorse e orair lunghi.
    Qui il pianterreno chiude alle 1am sempre. Non so quanto sia possibile coi prossimi tagli sperare qualcosa di meglio. Certo vedendo gli sprechi forse e’ vero che ci meritiamo qualcosa di piu’, ma e’ anche vero che siamo stati ‘ben educati’ sin troppo e troppo a lungo.
    A ogni modo, a voi che siete in Italia, in bocca al lupo.

  6. Cara Anna.
    Grazie per l’attenzione al mio commento.
    Anche io ho un attaccamento all’oggetto fisico “libro”, ma ribadisco quello che era il succo del mio parere: per modernizzare le biblioteche, specie quelle universitarie, non dovremmo puntare lo sguardo a come sono adesso le biblioteche estere, ma a dove e come si stanno muovendo a seguito del nuovo scenario introdotto dal digitale.
    Ho la fortuna di lavorare nella biblioteca universitaria danese e i cambiamenti in questi anni sono stati indescrivibili e non sono finiti. Abbiamo adottato un sistema di catalogazione basato sul numero di acquisizione e tolto spazio ai libri (in scaffale chiuso e in condizioni ottimali, anche i libri invecchiano, specie le cinquecentine) per darlo alle persone. Il lavoro di gruppo è molto importante qui e per gli studenti la biblioteca è un luogo dove discutere davanti ad un buon caffè ed accedere alle risorse elettroniche e ritirare i libri che hanno ordinato comodamente da casa. Uno degli inconvenienti peggiori che possa capitare agli studenti è che il wireless non funzioni. Ecco mi chiedo quante biblioteche italiane abbiano il wireless?

  7. E’ un articolo bellissimo, che farò girare fra colleghi e amici. Alcune frasi come “non c’è catalogo, per quanto ben fatto, che possa sostituire i piedi” sono commoventi, per chi come me lavora da anni nel gestire cataloghi di biblioteche.

    Devo però puntualizzare alcune sfumature, in particolare nel primo commento di Massimo. La questione non è relativa a una semplice dicotomia carta-digitale. Il digitale è il futuro, o meglio la semplice evoluzione, delle biblioteche (lo è da una decina d’anni ormai); non c’è modo di evitarlo, ma non è in ogni caso ciò che ci salverà. Perché anche nel digitale potranno ripetersi gli stessi problemi: gli stessi tagli ai finanziamenti che ci impediscono di arricchire le collezioni, o di sostenerle con strumenti di ricerca al passo dei tempi, per fare un esempio. Ma soprattutto quello che ci frena, in Italia, è una cultura senescente e restia al cambiamento. Anche fra i professionisti delle biblioteche in Italia c’è chi rema contro, chi non vuole le caffetterie nelle biblioteche, chi è a favore della scaffalatura chiusa, chi privilegia l’autorità delle norme catalografiche alla necessità “battagliera” di un valido e vivace servizio di informazioni bibliografiche, chi non ha voglia di stare al bancone del reference. Chi non è in grado di vedere le innovazioni tecnologiche – come quelle ad esempio che ti permettono, tramite cataloghi elettronici di nuova generazione – di ripetere nel digitale l’esperienza di serendipity che Arina descrive mirabilmente. La nostra professione soffre gli stessi mali del nostro paese: vecchia e senza una base comune, ostile all’apertura e propensa al mantenimento dello status quo, chiusa alle sollecitazioni esterne.

    La via d’uscita è accogliere, professionalmente, una nuova mentalità, una “nuova biblioteconomia” come scrive nel suo ultimo libro il prof. americano David Lankes. Lankes sarà a Roma, il 18 novembre, a parlare proprio di queste cose. Vi invito tutti ad andare ad ascoltarlo, credo che si possano ricevere molte suggestioni.

    P.S.: mi viene da sorridere quando si parla della British Library, perché non tutti sanno che la sua organizzazione è stata progettata e realizzata da Sir Antonio Panizzi, un italiano emigrato in Inghilterra, che possiamo considerare un “cervello in fuga” ante-litteram ;-)

  8. Lucia Marinelli 10/11/2011 - ore 09:05

    Vorrei segnalare che la nostra sezione della Biblioteca Nazionale, Sezione Americana JFK, funziona, nel suo piccolissimo, quasi come descritto in quest’articolo: open shelf, possibilità di utilizzare il portatile, accesso Internet (tramite iscrizione e password) stanze piccole in cui poter studiare in pace, clima tranquillo, personale a disposizione, apertuta non stop 8.30-18.30. Pomeriggi letterari, un gruppo di lettura settimanale in inglese. Non faccio per vantarmi… Certo quanche soldino in più per aggiornare le collezioni ci farebbe MOLTO comodo, perciò ho appena firmato l’appello.
    Gazie per l’attenzione
    LM

  9. Giusto Anna, tutto vero. Bello che ogni tanto vengano fuori queste riflessioni!
    in bocca al lupo
    simona

  10. Condivido ogni riga, e diffonderò con gioia questo articolo.D’altronde mi ci rivedo facendo il dottorato di ricerca in Italia dopo un anno per motivi di ricerca in Germania.

    E’incredbile la quantità di cose che si trovano per puro caso (che poi così puro non è, perché serve sempre occhio vigile e sensibilità da parte di chi cerca, cosa che, in un’università di massa – e ha ben ragione su praticamente ogni punto Claudio Giunta – sta diventando sempre più rara) girando tra gli scaffali di una biblioteca ben fornita. Così come è frustrante attendere mezz’ora e più per un libro (e per fortuna che almeno alla nazionale di Roma si possono ordinare in anticipo, come in ogni biblioteca decente all’estero).
    Tra l’altro vorrei far notare che tutti gli e-book renderebbero questa soluzione specifica impossibile, il che mi convince sempre di più del fatto che carta e formato digitale sono due cose ben diverse, entrambe necessarie, né si deve immaginare una scomparse del libro di carte, né si deve demonizzare l’e-book che, specie per i periodici o per i libri fuori copyright, è una risorsa meravigliosa.

    Inoltre tra i molti vantaggi della digitalizzazione, ho personalmente goduto del fatto di trovare manoscritti scannerizzati online, il che risparmia sia a me ogni volta un viaggio ad Heidelberg (che certo è un posto meraviglioso, però non è proprio dietro l’angolo…) sia al povero Codex Palatinus un’usura meccanica non certo indifferente dopo un millennio e più.
    Infine vorrei sottolineare che nella cattiva sorte delle biblioteche italiane influiscono due fattori:

    1) la didattica italiana, tutta improntata all’insegnamento di tipo tradizionale ex cathedra, non favorisce (come ad esempio in Germania e Francia) la realizzazione di piccoli progetti in corso d’opera (tesine e simili) e l’elasticità mentale che ne consegue, così che capita a molti studenti di trovarsi per la prima volta in biblioteca al momento di scrivere la tesi triennale il che, specie in una materia umanistica, è francamente ridicolo. Dunque la biblioteca diventa solo un posto dove andare “per i libri della tesi” (cfr. anche la moda di “scrivere la bibliografia” all’ultimo, quasi fosse analoga ai ringraziamenti) e non un posto da vivere anche solo per studiare in maniera un po’migliore gli esami normali, consultando magari 2-3 libri sullo stesso tema che si studia, invece di limitarsi alle ipsissima verba degli appunti del professore. In ciò influisce ovviamente anche la ridicola moda degli orari di chiusura alle 16-18, che fa ridere ogni Erasmus che conosco qui. Va da sé che una biblioteca aperta più a lungo genera più introiti (caffetteria, servizi riproduzione ecc. conosco persino una biblioteca che non ha fotocopiatrici al suo interno e chi ne ha bisogno deve uscire e farsi fare le fotocopie da un privato… il suicidio economico) così come un motivo che tiene molti studenti lontani dalla biblioteca è proprio l’orario di chiusura ridicolo. Con effetto domino, biblioteche aperte più a lungo farebbero venire più gente anche nelle altre parti del giorno.

    2) Se in Italia si investe così poco in biblioteche rispetto alla media EU (così come in generale in ricerca, così come poco in prevenzione disastri naturali, persino poco in aiuti al terzo mondo) verrebbe da chiedersi dove si investe di più della media EU. Senza scomodare i macro-costi del bilancio (previdenza-pensioni, amministrazione, difesa) un altra seccatura sempre nell’ambito delle biblioteche è proprio la smisurata massa di impiegati a vario titolo privi di ogni competenza biblioteconomica, portieri o poco più, figli dello statalismo da Prima Repubblica. Un ricambio generazionale, con l’assunzione di persone mediamente più qualificate, potrebbe dare notevoli vantaggi in questo campo.

    Ancora Complimenti
    Francesco

  11. *libri di carta

    *specie in una facoltà umanistica

  12. Direi con Lorenzo, che ha commentato per primo, – bello e giusto! -;
    con Francesco, – viva le biblioteche -;
    con FraEnrico che la frase “non c’è catalogo, per quanto ben fatto, che possa sostituire i piedi”, ha affascinato anche me e mi trova assolutamente d’accordo, che la possibilità di consultare lo scaffale aperto è come “leggere” un grande libro dove ogni altro libro costituisce una pagina, un percorso, una diramazione.
    All’interno dell’importante movimento di protesta sorto negli Stati Uniti in questi ultimi mesi, “Occupy Wall Street”, quello specifico di Oakland, in California, tra i suoi quattro punti fondamentali sui quali ha basato lo sciopero del 2 novembre ha rivendicato la difesa, oltre che della scuola, quella delle Biblioteche: “Defend Oakland schools and libraries!”

  13. finalmente, data l’ora, ho avuto il tempo di leggerlo tutto…. Mi ha riportato indietro di anni, quando i momenti più belli erano la ricerca dei libri su cui studiare o da leggere nelle bellissime e polverosissime biblioteche di Firenze: la Marucelliana, la Nazionale, L’AngloAmericana, del Magistero (scarsa) e delle varie facoltà. Il problema era proprio quello descritto dalla prof. Pegoretti: la ricerca febbrile nello schedario, la compilazione della famigerata scheda, l’attesa dell’arrivo del libro, l’ambito tesoro con la data di scadenza. In alcune facoltà però era relativamente libera e accadeva , come dice lei, una magica congiunzione tra il lettore i e tomi polverosi, consumata di nascosto e lontana da occhi indiscreti. Nulla è cambiato da allora, l’iter è rimasto lo stesso. Anche qui a Bergamo. Tuttavia qui ho trovato la sorpresa della piccola biblioteca in ogni paese, e della splendida May a Città Alta. E questo mi dà da sperare….riprendendo la considerazione finale dell’articolo sull’evoluzione della conoscenza ad oggi (la mia era una frecciatina sul territorio..ma tirrèm innànz). Quello che tristemente mi viene da commentare è però una constatazione molto semplice. Tutti sanno quanto educati e rispettosi siano gli Inglesi per i beni comuni, possiamo dire altrettanto di noi? Quante volte il libro era perso, mancante, pasticciato, tenuto male? non oso pensare alle biblioteche aperte e disponibili come vorrebbe la Pegoretti: cosa ne sarebbe dei libri? Un disastro. Italians, direbbe Severgnini. Abbiamo ancora troppa strada da fare, dobbiamo ancora crescere come coscienza civile e rispetto del patrimonio comune. Ma se anche si arrivasse a tanto..mi immagino già le povere pagine unte di pizzette, macchiate di caffè e bomboloni, magari un numero di cell scritto usando come post-it un’ orecchia del Paradiso della divina Commedia…..Riconosco, tuttavia l’ingresso del digitale che , però, non ha il fascino del vero libro, il suo odore, il rumore delle pagine, il fascino dei caratteri. Permettetemi una conclusione leggera….It’s a long, long way to Tipperary….to the sweetest book I’ ve known….

  14. Matteo Di Gesù 14/11/2011 - ore 17:30

    Condivido dalla prima all’ultima riga. Grazie mille

  15. Tagli lineari, percezione confusa del digitale (anche in rapporto al cartaceo), scarsa professionalità di molti addetti, spregio per gli utenti…Ahinoi. Eppure è notoria la relazione tra il livello culturale dei cittadini e quello del PIL!

  16. clotilde lapennaelacivetta 26/11/2011 - ore 13:41

    condivido ogni vostro commento,ma vorrei aggiungere in maniera lapidaria che uno dei problemi consiste forse nel fatto che in Italia si è perso il “significato” di cultura confusa con la parola “evento”
    e si dimentica anche che la “cultura” non produce “soldi”,ma pensiero,individui consapevoli,cervelli che funzionano e che “poi” potranno produrre.Se provate a chiedere a cosa serve un libro avrete delle sorprese ve lo dice una che lavora con i libri da sempre e cerca di tenere in vita una piccola libreria per dare soprattutto servizi,non ultimo quello di cercare libri (anche recenti)ormai scomparsi dal circuito comerciale(forse poche richieste)e mai entrati nelle nostre biblioteche

  17. Ottimo blog Anna. complimenti. Mi chiedo se hai sentito parlare di Idea Store, a Londra. Siamo una biblioteca(etc.) pubblica, che sta facendo parlare molto nel settore (e anche’ al di la’). Guarda il sito http://www.ideastore.co.uk , Antonella Agnoli e’ una delle nostre fan, e andiamo anche molto d’accordo con quelli della British Library. Se ti capita di passare per Londra fammi sapere se ti interessa visitarci.

    Buon lavoro.
    Sergio Dogliani
    sergio.dogliani@towerhamlets.gov.uk

  18. Grazie , hai scritto un post davvero bello e pieno di spunti. La biblioteca Nazionale di Firenze ha solo qualche macchinetta col caffè alla plastica venduto a caro prezzo nello scantinato. Quando sono andata alla British Library mi si è sciolto il cuore. Perché non possiamo anche noi avere una struttura in quel modo? La biblioteca Nazionale di Firenze ha anche un cortile grigio dove fare conversazione in piedi, se la piccola panca di legno è occupata. Il personale è scortese, ma tanto scortese. C’è il custode all’ingresso, quello anziano col codino, che è famoso per la sua maleducazione (in effetti in anni e anni che frequento il posto, mai che abbia smentito la sua fama). Due sabati fa l’ho visto trattare male dei turisti australiani che volevano visitare la biblioteca. Questi sono usciti con delle facce. Torneranno in Australia con questo ricordo. E poi tutto l’ambiente è mortifero, ti passa l’entusiasmo. Sta andando allo scatafascio. Qualche mese fa ho preso delle foto dell’interno, tanto per documentare la decadenza inarrestabile, le condivido qui: http://gattasorniona.blogspot.it/2013/05/la-biblioteca-nazionale-di-firenze-nel.html

  19. Cara Anna ciao,

    ci siamo conosciuti durante una prova per un dottorato a Pisa, se non m’inganno, e i nostri percorsi si sono di nuovo incrociati in occasione di un concorso per una borsa di studio annuale bandita dalla Fondazione Pellegrino, qualche anno fa.
    Spero tu stia bene. Ho letto con ovvia condivisione quello che hai scritto. Non aggiungo altro, sappiamo come funzionano le cose in Italia e come all’estero (alla British Library ho lavorato per tre mesi – esperienza straordinaria!).
    Condividio il tuo articolo, cui sono arrivato leggendo i commenti all’intervento di Claudio Giunta su “Le parole e le cose”, nella mia pagina di facebook.
    Un caro saluto, e tante buone cose.
    Luca

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