Il bambino ha le gambe sottili, i polsi piccoli come anelli, le ginocchia sbucciate, il collo tenero, la pelle morbida, gli occhi selvaggi la mente contorta, l’istinto animale. Ogni cosa che fa lo rapisce, il bambino impara. Sta fuori l’edicola del padre a sistemare le locandine dei quotidiani negli espositori. È passata da poco l’alba. Piccioni nella piazza, un pensionato che attende con pazienza l’arrivo del giornale. Il bambino è biondo ha il viso ovale e la malinconia di tutti i bambini che qualcosa di sicuro non diventeranno. Ha dita sottili e lunghe che andrebbero bene per un pianista, avambracci forti che potrebbero farne un nuotatore, piedi corti che sono adatti per danzare, un bel bacino utile per sollevare le cose, spalle dritte che gli garantirebbero un futuro da magazziniere, sguardo rapido da portiere gesti meditati da presidente dello stato, orecchie aguzze che se fosse mendicante coprirebbe con un semplice cappello. Ingabbiato così dallo sguardo altrui, si muove nel recinto dell’immaginazione degli adulti.
“Tu stai alla casa dei matti vero?”
Il bambino è impertinente. Inserisce nel dazebao metallico la copertina del giornale locale. Sei autobus, è la notizia del giorno, si sono schiantati contro la facciata della Banca d’Italia. Un attentato del caso.
“Sì”
Mi guarda di sbieco. Ha le labbra abbastanza morbide per ospitare un flauto traverso, le cosce adatte a un maratoneta, il cranio grande ospita un cervello di buone dimensioni. Da come fissa la distanza la sua vista è adatta a una sentinella, infila con destrezza di sarto il foglio di carta dietro il plexiglas del dazebao.
“Ci lavori, o sei uno dei matti?”
Caccia i piccioni con un gesto rapido della gamba da campione di taekwondo, ha la schiena dritta da ginnasta, la voce adulta, già, da commentatore della radio. Attende la mia risposta senza smettere di sbrigare le faccende che il padre ogni mattina gli demanda. Passare la scopa attorno all’edicola, impacchettare i giornali da rendere, controllare che nessun extracomunitario abbia pisciato contro la saracinesca e, nel caso sia successo, versarci sopra della candeggina.
“o sei uno dei matti?”
L’Angelo, la chiamo così, che alla comunità si prende cura di me, quando le ricordo da quanto vivo qui, da quanti anni ormai sono ospite di queste mura, dormo in questo letto, utilizzo l’armadio scassato che sembra uscito da una scuola elementare, l’Angelo mentre mi passa la pasticca della sera o le gocce della mezza mattinata, mi ridefinisce il dosaggio degli inibitori, controlla che sia andato in bagno con regolarità, l’Angelo ripete sempre la medesima frase:
“Pensa io allora, che ci sto da quindici anni”
Il bambino ha la severità nello sguardo del guardiano, muove rapide le dita attorno alla carta stampata come un baro con il mazzo da ramino, piega i quotidiani con la rapidità del commesso di boutique, sbadiglia come un professore.
“Sai da quanto sto chiuso qui, vivo qui?” le dico, e lei, l’Angelo che si prende cura di me, risponde sempre “Pensa io, allora, che ci sto da quindici anni” – viviamo tutti nascosti da quel che potremmo essere, ci chiudiamo dove possiamo e ogni nuovo anno, ogni inizio del calendario spacchettato ci diciamo che saremo, ma rimanendo al caldo della propria tana, che per farci forti, qualche volta, soprannominiamo gabbia. Il bambino è un bambino. Un campo. Un forse.
“Uno dei matti” gli rispondo.
Farà con ogni probabilità l’edicolante. È passata da poco l’alba, inizio di nuovo a camminare. Resti di fuochi d’artificio sono sparsi dappertutto in terra.
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pubblicato da Paolo Marasca
tag: Il cuore nei polpacci, il matto che cammina, Paolo Marasca, racconti, romanzo d'appendice, short stories
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…viviamo tutti nascosti da quel che potremmo essere, ci chiudiamo dove possiamo e ogni nuovo anno, ogni inizio del calendario spacchettato ci diciamo che saremo, ma rimanendo al caldo della propria tana, che per farci forti, qualche volta, soprannominiamo gabbia.
C’è qualcuno che ha la chiave della mia???