Potrebbe essere mio padre, cammina lento nella piazza. Tutte le mattine, quando esco dalla comunità e scendo i gradini, lui sta nella piazza di cemento. Deve alzarsi molto presto, perché io esco prestissimo, i polpacci mi svegliano che non è l’alba e quando sono fuori attorno è tutto rosa e azzurro.
Il cielo sembra un cuscino, la città un letto rifatto, le strade vengono a me come tanti fili che avvolgo uno sull’altro camminando. L’uomo ha i capelli radi, un taglio essenziale da barbiere vecchio stampo, quelli che nascondevano Playboy dentro i Corriere della sera. Io, i capelli, lascio che me li tagli l’educatrice della comunità che chiamo l’angelo, perché lo è. Di lei mi fido e fa come mia zia quando ero bambino, mi infila la testa nella tazza dei corn-flakes e gira attorno al bordo con le forbici affilate. Una volta, una volta sola, mi tagliò sotto l’orecchio. Mi piace passare con le dita sulla cicatrice che mi immagino rimasta, un segno che solo i polpastrelli allenati della mia fantasia possono sentire. Il segno del suo taglio. Ma ecco l’uomo. Potrebbe essere mio padre.
Lo chiamo Edoardo e ho anche un cognome, Restelli. Mi suona bene ed è abbastanza. Una volta era grasso, si vede dai vestiti che ora sono larghi. Accade spesso alle persone anziane, le vedi in giro affogare negli abiti che rinunciano ad acquistare nuovi, cosa che sembra un po’ una resa. Ma Restelli è affezionato ai suoi completi flosci. Lo scovo quando è nella piazza, con il bastone in mano, improvvisamente incerto sulla direzione da prendere. In momenti così, ecco, è come se si svegliasse di colpo in mezzo a un deserto, o a un mare di cemento, il bastone rimane a mezz’aria, la mano appena leggermente trema, il piede scruta come un periscopio l’orizzonte breve:
Da che parte, Da che parte devo andare?
Sto tornando a casa, o sono appena uscito?
Si tocca la tasca, infila la mano, verifica la presenza delle chiavi. La mancanza di controllo lo spaesa e allora deve palparsi per confermare a se stesso un’esistenza di pelle come filigrana e pantaloni lisi. La mano esce dai calzoni con un pugno di niente, lanugine che gli permette di sfregare le dita l’una contro l’altra, un movimento sufficiente a dirsi Sì, ci sono.
Ha grandi dita tozze e brutte, tappa le falle della memoria con la fantasia.
È solo. La piazza è un mondo stretto e io lo porto altrove: dove sogno che vorrebbe essere. Dove ricorda d’essere stato, anche se alla fine non è vero. A che serve una memoria esatta, quando sei da solo? A cosa tenere la rotta, se si naviga nel nulla? L’abito svolazza mentre lo sollevo.
La cura in quel vestito, lo vedo bene, è quanto gli rimane di sua moglie – si dice che i genitori non debbano sopravvivere ai figli, sì, ma nemmeno i mariti dovrebbero sopravvivere alle mogli perché proprio quando si inizia ad ingrigire solo sulle mogli è possibile contare, gli uomini dipendesse da loro resterebbero aggrappati al passato come acini al grappolo dell’uva, avvizzirebbero senza ritegno lasciandosi andare e marcirebbero così senza curarsi di non esser stati colti. Gli uomini da vecchi non ci sanno stare, lui indossa l’abito elegante ma se n’è andata l’eleganza che solo la certezza d’una presenza accanto a sé permette. È perso, e mando la mia fantasia nel vuoto dei pensieri suoi.
Ogni uomo è una città. Si trovano tesori inaspettati anche lontano dai musei.
Non importa se nessuno crederà che a vent’anni, ancora studente alla facoltà di fisica di Roma, incontrò in un corridoio sul finire della primavera Majorana, e lo vide da lontano prendere appunti su una scatola di fiammiferi svedesi. Senza pensarci il ragazzo estrasse una sigaretta dalla tasca e si diresse verso il più grande genio della fisica moderna e
- Mi scusi, ha da accendere? – chiese con la nazionale tra le labbra.
C’era corrente nel corridoio stinto della facoltà e Majorana per proteggere la fiamma sollevò la mano. La tenne così, con la scatola tra le due dita, e fu per questo gesto di un genio distratto che per un istante negli occhi del giovane Restelli passò la formula della più grande scoperta della fisica moderna. Poco prima che Majorana la portasse via, con sé, nel suo personale nulla a tutti ignoto.
Non ci fece apposta, il giovane Edoardo, né aveva i mezzi per capire. Ma vide.
Una cosa che non capì. Che non significò. Ma vide.
Nella piazza fermo, ora, non ha spazio per i ricordi, deve concentrarsi sulla direzione.
Lui, le cui retine per qualche istante hanno accolto la spiegazione del creato.
La sua vita che non conosco – insegnante in un liceo, ingegnere, odontotecnico o giornalista di una testata regionale - la scambiamo, complici io e lui in questo mercanteggiare sogni, con una di cattedratico all’università della capitale. Non è molto diverso, serve a dargli un certo tono, quello stile che sembra ormai averlo abbandonato, deposto sul cemento di una piazza scarna, in attesa che lo vengano a portare via. Ogni volta che passa un’ambulanza, lui la guarda. Gli passo davanti, davvero vicino, senza fermarmi, ed entro nel suo nulla restituendogli un ricordo che non potrebbe avere mai, se avesse un’ottima memoria.
Io faccio così, con le persone. Che sono città. Carezzo le crepe sulle pareti, disegno le forme dei portoni con la mente. Le popolo, unico abitante rumoroso. Racconto al palazzo favole sulla sua edificazione. Tante di loro sono così deserte.
La donna che gli ha donato la strana ruga spezzata, unica imperfezione di una fronte che sembra un quadernone a righe delle superiori, non era la compianta moglie. La vita è strana ed è come i sogni, le cose importanti non sono mai quelle al centro della scena. Si trattava di un’attricetta che conobbe durante il periodo di insegnante a Roma, la notte di un capodanno d’un centinaio d’anni fa. Così sarà ricordata da tutti, un’attricetta chiara, pallida come un’irlandese e dai capelli rossi, priva di talento, una donna che come tante altre preferì indicare comodi sentieri agli uomini e non rischiare che s’avventurassero nella foschia dei boschi, nelle lacrime, nella fame delle bestie. Restelli fu rigoroso nella vita e amò sua moglie e solo quella volta pensò, solamente pensò, all’attricetta che gli diede un bacio a mezzanotte, offrendole giorno dopo giorno i suoi caffè, acquistandole le sigarette e senza mai poterle dire “Sai, un giorno ho incontrato Majorana”. Sognò così tanto la ragazza pallida che dopo meno di un anno spuntò quella ruga, una sola, spezzata come il suo desiderio, diretta verso il niente come il suo movente.
A sua moglie invece parlò di Majorana e da lei si fece vestire sino all’ultimo giorno. E dopo, anche, quando dovette ostentare la sicurezza persa al funerale. Glielo aveva chiesto lui, fissandola distesa nel letto di casa, lo specchio dietro il capo, la flebo nella vena. Non era tempo di delicatezze:
- Amore, ti prego, potresti scegliere l’abito che dovrò indossare al tuo funerale? Sarei più tranquillo, per favore.
Con un cenno del capo e di ossa ormai leggere lei disse di sì, e poté iniziare la sfilata. Scelse quello giusto con uno schiocco delle labbra.
Lo guardo al mattino mentre io attraverso la piazza rapido e lui la percorre come una formica annebbiata dall’insetticida. Dico che potrebbe essere mio padre ma così per dire. Non conosco un padre io, solo uno zio. E una zia. E la comunità.
E tutte queste persone che mi camminano attorno come fossero oggetti, carte bianche da sfogliare finché si trova quella scritta. Magari mio padre è una di loro.
Io vivo nella mia fantasia.
Ma la fantasia è un insieme di correnti. Incrocio d’aliti, somma di materie prime.
E le persone non sono mai quello che fanno.
Ha ragione l’Angelo, l’Angelo della comunità che mi ospita assieme ai matti: tu stai meglio di tutti, ma di tutti proprio, dice stanca, legandosi i capelli neri e lunghi. Io sì, sto meglio. Finché le mie gambe rimarranno forti. Un muscolo, uno qualunque, deve sempre sostenere gli altri.
A volte sono stanco anch’io. Poi, incontro qualcuno ed è come per un viaggiatore la partenza di una nave. Che mi faccia navigare nel mio stesso mare.
(to be continued…)
ASCOLTA L’INTERVISTA A PAOLO MARASCA
pubblicato da Paolo Marasca
tag: blog, Il cuore nei polpacci, il matto che cammina, Paolo Marasca, racconti, short stories
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