La schiava della pizzeria che pulisce la mensola di truciolare. Questo sarebbe un buon inizio. Lei, la vedo spesso camminando.
Il mio è un moto perpetuo e in questo moto non passo molte volte davanti allo stesso luogo, alla stessa ora. D’altronde, il mio movimento continuo rende lo spazio e il tempo relativi, persino la città perde la sua rassicurante griglia e si frantuma in minuscoli dettagli. Alla pizzeria però passo più spesso, alle sette circa della sera. Per questo sarebbe un buon inizio.
Io cammino. Sempre.
Tanta gente cammina. In effetti quasi tutti lo fanno. Io di più.
Cammino la città in cui vivo. Il mio moto perpetuo è lento, fatto di noia, assente ogni traccia d’azione, salvo naturalmente il camminare. A volte, è vero, mi fermo a prendere un caffè o dell’acqua, ma capita di rado, e mai due volte di seguito nello stesso bar.
Sotto i miei passi la città si sfilaccia, inutile ne diviene il nome, anche, tanto si rende inconsistente. I portoni mi riconoscono e si mostrano disposti a spalancarsi, mi salutano i citofoni abitati da nomi con cui hanno meno confidenza che con me. Le rovine e le bellezze, i fili bruniti i lampioni fulminati e le terrazze da cui ammirare il tramonto sopra il mare, i vasi di fiori abbandonati i cassonetti i cartelli vendesi e affittasi i panni stesi ad asciugare e le facciate dei palazzi ottocenteschi che conosco scultura per scultura, rilievo per rilievo, anche – persino – quelli che han conservato i fasci littori sotto le grondaie nuove. Tutto parla con me ed è come, se posso dire, se ogni cosa che incontro fosse una persona e le persone si facessero cose, in movimento ma pur sempre cose. Finché le guardo con l’attenzione della mia dannata fantasia che gli inibitori non contribuiscono a frenare. Non la fantasia, in fondo, queste pasticche devono inibire.
La schiava della pizzeria pulisce alle sette della sera una mensola bianca su cui qualcuno avrà rovesciato nel corso delle ore vari condimenti. Pomodoro, mozzarella, rosmarino, funghi. Passo davanti e guardo dentro attirato da un neon algido e ingrigliato. Del padrone della pizzeria si scorge la spalla oltre una porta bassa, sta raschiando via dell’olio da una teglia. Scratch, Scratch. La schiava, una ragazza di vent’anni o poco più tutta in bianco come le pareti dello squallido negozio, passa uno straccio sporco già di suo sulla mensola ammaccata.
Di fronte ha uno specchio che non guarda e gli occhi sono assenti, riversi nel nulla. Non altrove, proprio dentro un nulla. Passa e ripassa. Rallento senza fermarmi, fermarsi non è contemplato nel mio camminare.
Fermarsi non vale.
Lì nel mio scalare la marcia del polpaccio gli occhi della ragazza si fanno nubi e la mano si solleva e vola, del tutto indifferente all’azione appena compiuta e a quella che tra poco compirà. Ogni cosa si sospende. La schiava della pizzeria è in un nulla lontano dalla propria vita.
Sì, questo sarebbe un buon inizio per capire come io cammino dentro la gente, ché la gente non è diversa dalle città. Ha strade, piazze, luoghi bui e rotatorie trafficate. Divieti, sensi unici, cartelli e parchi dove rilassarsi. Giorni. Notti. Cantieri. Illuminazione artificiali.
Ogni giorno, con i pochi mezzi che hanno a disposizione, i ragazzi della comunità che mi ospita cercano di visitare la città che sono io. Ma avanzano zeppi di guide, di attrezzature fotografiche, di videocamere, di notizie tecniche sulle architetture. Di manuali. Sanno sempre dove andare, come il turista informato che abbia un giorno solo per visitare Roma: quel che conta sono le fotografie del Pantheon, piazza Navona, il Colosseo. Io li capisco. Fanno quello che possono. Poi mi danno le gocce, con quelle sento poco, non sento niente a volte. Una pellicola di piombo mi protegge. Ma la fantasia scivola fuori sempre, è come l’acqua, che trova sempre la sua via.
Una delle educatrici è un angelo. La chiamo così, Angelo. Lei ha capito la ragione per cui cammino. Dice che è la mia vera cura. Che ho nascosto il cuore nei polpacci.
Il tuo cuore lo hai nascosto nei polpacci, dice. Magari è vero, penso.
Io nelle persone entro con la fantasia.
Per tutti, qui, sono l’uomo che cammina. Perché la città non è poi così grande, nemmeno per due gambe sole e dopo un po’, a orari
diversi, in momenti differenti e nelle direzioni a volte opposte io la giro tutta, e la rigiro, e la rigiro ancora e so che qualche commessa di negozio mi chiama così: “Guarda, c’è l’uomo che cammina”. Lo dice senza giudicarmi, non mi teme, perché io non somiglio affatto agli altri che frequentano la comunità. Mi lavo regolarmente e non sento le voci, un paio al massimo direi e innocue, non faccio gesti strani con le mani e mi taglio le unghie senza permettere al sozzo di crescerci dentro. Indosso abiti puliti. E non fumo. Agli educatori sembra strano che non abbia alcuna dipendenza. Non è normale, dicono, che lì dentro, se posso dire, è un’espressione proprio strana.
In effetti però, a guardarmi così, sembra sempre che stia recandomi al mio posto di lavoro. Chissà. Chissà che lavoro faccio.
Alle sette, la schiava della pizzeria deve aver tagliato decine di pizze al rosmarino, quattro formaggi e capricciosa. Nell’istante preciso in cui gli occhi le volano via dalle orbite come nubi e la mano solca l’aria come un aeroplano lei lì non c’è più. Io la cerco nella fantasia.
È una delle persone che vedo più spesso, perché la pizzeria si trova in uno snodo importante per le mie gambe. Devo per forza passare di qui. Non è affatto bella, ma questo non è interessante, né utile alla descrizione del suo nulla. E poi, che ne so io di certe cose? Niente, è solo che a volte mi capita così, di divagare dicendo cose inutili, come quando cammino e le gambe mi portano in una strada senza uscita e poi devo tornare indietro e uno vedendomi direbbe “che ci sei andato a fare se hai letto il cartello, se sapevi di dover tornare indietro?”. E io: “Per camminare, per camminare sono andato!”. Il mio cuore è nei polpacci.
Ha spesso la fronte tesa e lo sguardo corrucciato, e quando è così significa che sta pensando a quel che deve fare dopo, alle crocchette per i gatti della nonna, e io in quei casi non mi occupo di lei. Non mi interessa la sua lista della spesa. Certo, penso, deve essere difficile fare una spesa originale se si lavora in pizzeria. Devi avere a noia ogni cosa, dalle zucchine ai funghi, dal pomodoro al gorgonzola. E il pane, è naturale. Quando è concentrata, i miei pensieri su di lei sono distratti.
Invece quando non ha più occhi che le sono volati via ecco che la seguo e la precedo. La tengo per mano e assecondandola la guido. Vieni, vieni qui, ecco il posto adatto a te.
Io devo mettere ognuno al proprio posto. Che non è mai quello occupato.
Poi prometto a tutti che li andrò a trovare lì, nella nostra fantasia. Mantengo le promesse, sempre.
La schiava della pizzeria fa il suo lavoro di schiava da tanti anni. La cerco nella fantasia che non ha più, che sboccia con la forma del suo nulla. Di assenza di pensiero.
Io cammino e incontro tante persone, che per me sono cose fin quando non ne colgo al volo il nulla, la noia, l’attimo in cui non sono loro, o forse sono esattamente loro. Le cose mi si distendono ai piedi, mi parlano. La città intera mi parla e mi regalerebbe scarpe nuove ogni due giorni, se potesse, tanto le piacciono i miei passi. Ma non si è mai vista una città intera entrare in un negozio, non passerebbe nemmeno per la porta. Devo aspettare che arrivi mio zio in comunità, per le scarpe. Una volta l’anno. A ferragosto. Nel frattempo, cammino e cerco di mettere le persone al loro posto.
Alcune le vedo molto spesso.
Come l’uomo vecchio e il suo bastone fermi in un punto diverso ogni giorno della piazza della mia comunità.
(to be continued…)
ASCOLTA L’INTERVISTA A PAOLO MARASCA
pubblicato da Paolo Marasca
tag: blog, comunità, Il cuore nei polpacci, l'uomo che cammina, Paolo Marasca, pizzaiola, racconti, schiava, short stories
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Ciao Paolo, sei sempre un poeta …. !!!!! un abbraccio Vale
grazie Vale !
Molto interessante!
speriamo, Loredana