Giorgio Busi-Rizzi’s Best of the Best 2014

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5 January 2015
Giorgio Busi-Rizzi’s Best of the Best 2014

Le dieci cose che mi sono piaciute di più quest’anno, senza libri (ho letto solo libri vecchi o di non fiction, e comunque niente che penso possa interessare a nessuno), in ordine rigorosamente sparso – e cercando di non crucciarmi troppo per le altre dieci(mila) cose molto più belle di queste che mi sono sicuramente perso:

10. LP1. L’album d’esordio di FKA twigs (che segue i due corti EP1 e EP2 – giuro) è l’idea che gli alieni immagino abbiano del sesso e dell’amore tra noi terrestri. È anche un

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disco R&B finito nelle classifiche di fine anno di un po’ tutte le riviste musicali. Vice ha dedicato un lungo articolo alla sensualità innaturale e irresistibile che le sue canzoni hanno – e per quello che vale, qui confermiamo.

9. Vi är bäst! L’ultimo film di Lukas Moodysson parla di tre ragazzine di tredici anni che, nella loro scuola media nel mezzo della Stoccolma del 1982, decidono di mettere su una band punk. Il risultato è una cosa che riesce contemporaneamente ad essere deliziosa, incredibilmente innocente e trascinantemente punk. Qui c’è il trailer, per farvi un’idea.

8. Everyday Robots. Sorprendendo solo chi lo conosceva pochissimo, all’esordio ufficiale da solista Damon Albarn fa un album pieno delle cose che fa benissimo da sempre: canzoni intrise di malinconia che trasudano lo spleen e l’alienazione di una quotidianità che ci sfugge dalle mani. Vent’anni fa lo faceva con i coretti ironicamente allegri del britpop, oggi lo fa con le basi elettroniche e gli inserti world music, principale interesse musicale del nostro negli ultimi anni. Siccome parliamo di uno degli uomini più fighi del pianeta (oltre che di uno che ha preso i suoi principali difetti– una voce monotona e la tendenza a scrivere canzoni poco dinamiche – e ne ha fatto dei pregi), non capisco come si potrebbe non essere d’accordo.

7. To Be Continued. Il webcomic di Lorenzo Ghetti (webmasterato da Carlo Trimarchi e tradotto in inglese da Mauro Nanfitò) è stato recentemente segnalato da Scott McCloud, notissimo tanto come sceneggiatore di fumetti quanto come autore di una serie di testi teorici sui fumetti, tra cui un manuale che hanno letto praticamente tutti.

Questo per dire che non avrebbe bisogno della

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mia segnalazione: ma invidio chi se lo fosse perso, e può godersi gli episodi (finora dodici) delle vicissitudini di questo gruppo di ragazzi – apprendisti supereroi, ma potrebbero essere quattro liceali e la trama sarebbe grossomodo la stessa, coerentemente con l’assunto

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post-Alan Moore per cui una storia con i supereroi non è necessariamente una storia di supereroi. La cadenza è grossomodo settimanale e la forma sfrutta (finalmente) appieno le possibilità del mezzo digitale, chiedendo cioè una lettura-navigazione che sarebbe impossibile su supporto cartaceo. Recuperare!

6. Broadchurch. In un sonnolento paesino costiero nel sud-ovest dell’Inghilterra, un bambino viene ucciso; due poliziotti indagano. Partendo dalla più banale premessa che possa muovere una serie tv, gli otto episodi della serie riescono a ricreare con una verosimiglianza impressionante le dinamiche di una di quelle cittadine minuscole in cui tutti sanno tutto di tutti (eppure i segreti abbondano). Che la parte procedurale non sia il cardine dell’interesse dei creatori della serie si può desumere dal fatto che è imminente (già girata) una seconda stagione, che si concentrerà sulla reazione del paese dopo gli eventi che concludevano la prima stagione. Ne hanno fatto un remake ammeregano, mi mancano parole adeguate a spiegare quanto sia brutto.

 5. Grand Budapest Hotel. Avevo dato Wes Anderson in fase inarrestabilmente calante dopo Moonrise Kingdom – che lo so, è piaciuto a tantissimi, ma che mi aveva irritato enormemente per il suo tentativo di far convivere afflati realistici e quasi impegnati con la solita recitazione straniata e l’esasperata poetica edonistica e intellettualoide da cui i suoi film da nostalgico borghese non riescono a scappare mai. Grand Budapest Hotel fa un passo indietro e sposa senza remore il divertissement, costruendo una storia inverosimile dall’inizio alla fine (dunque deliziosa) e dimostrandosi il suo miglior film da Steve Zissou.

4. 20,000 Days on Earth. Videoartist e filmmaker, gli inglesi Iain Forsyth e Jane Pollard firmano questo documentario iniziatico su Nick Cave. Il documentario comincia con lui a letto accanto a sua moglie e lo segue per 24 ore (fittizie) che lo vedono registrare varie parti del suo album del 2013 (Push the Sky Away, non imperdibile), parlare con uno psicanalista, commentare i reperti video trovati all’archivio delle arti di Melbourne, guidare in macchina parlando ora con Blixa Bargeld, ora con Kylie Minogue, eccetera. Cave è anche voce narrante e indiscutibilmente mattatore, ma se non bastasse Warren Ellis, oltre ad essere inquietante come sempre, cucina un’anguilla e dirige (in francese!) un coro di bambini.

3. Il concerto dei Godspeed You! Black Emperor al Primavera Sound 2014. Descrivere i concerti in piena epoca della riproducibilità tecnica ha poco senso, quando grazie a quelli che stanno due ore con lo smartphone a mani alzate (possano le vostre mani restare così per sette giorni dopo ogni concerto) chiunque può sentirseli senza problemi qualche giorno dopo (questo, ad esempio, è qui). L’effetto trascendentale che i GY!BE hanno dal vivo invece è impossibile da descrivere, anche volendo: facciamo che quando a marzo passano in Italia li andate a sentire, poi mi dite.

2. Mommy. L’ultimo film di Xavier Dolan (uno che sarà anche figlio d’arte ma a venticinque anni ha scritto e diretto cinque lungometraggi di ottimo successo critico) è un saliscendi di emozioni di 134 minuti. Barocco, kitsch, sovraccarico di pathos, diretto, interpretato e fotografato da dio, dovrebbe comunque essere in tutte le top ten del mondo perché è recitato in quebecchese, una versione improbabile del francese mescolata all’americano e mutilata da un accento che neanche gli zotici della Louisiana. Imparare il quebecchese must del 2015, senza se e senza ma.

1. Olive Kitteridge. Quattro puntate di un’ora (su HBO) con una Frances McDormand in stato di grazia. Da un romanzo in forma di racconti di Elizabeth Strout, venticinque anni tristoni della vita di un’insegnante di Crosby, Maine (cittadina di provincia tanto inventata quanto verissima) con un

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carattere complicato. Non succede niente che non possa essere successo a vostra zia, ma è tutto raccontato così bene, e con personaggi così sfaccettati, che non è possibile restare indifferenti.

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Giorgio Busi-Rizzi è nato in provincia di Frosinone (ma poteva capitare a chiunque). Ha studiato qualche letteratura, qualche lingua, e come insegnare quella italiana. Attualmente è dottorando in Letterature comparate, con la recondita speranza di potersi nascondere ancora diversi anni tra le mure dell'Unibo (ad esempio: come portiere). Ha scritto di musica per varie webzine, sciocchezze su inkiostro, e collaborato per poco, in maniera scostante e senza lasciar traccia di sé con RadioCittàFujiko. Fuma nel settantacinque per cento delle foto che lo ritraggono, ma ha smesso. Non è mai riuscito a prendere sul serio una sola cosa nella vita, ma sta cercando di imparare.

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