Perché Amazon è cattiva e le fiere del libro sono buone

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13 January 2011
Perché Amazon è cattiva e le fiere del libro sono buone

L’arrivo di Amazon in Italia si è segnalato per lo sconto eccezionale fatto sui libri.
Su Amazon oggi puoi comprare al 30% di sconto moltissimi libri, e se acquisti per più di 19 euro non paghi le spese postali. Questa offerta sembra far tabula rasa di tante altre promozioni (stirate al 10 o 15 %) e ancor di più pare affossare tanti discorsi sul servizio e la qualità (vedi ISBF). Ed effettivamente il mantra del “perché pagare di più” pare imbattibile.

Certo, si possono mettere in campo molte valutazioni che dimostrano come, con un po’ di lungimiranza, la scelta “economica” rischi di essere quella socialmente più costosa: se compri lì contribuisci alla crisi delle piccole librerie, che sono un patrimonio di cultura sempre più a rischio, se compri lì strozzi i piccoli editori, che non ce la faranno a reggere questa scontistica e che quindi andranno falliti assieme ai loro preziosi cataloghi. E infine l’asso di denari: se compri lì sei solo un numero, un consumatore, un compratore e non più un cittadino lettore.

Allora ci metto tutta la volontà e faccio la scelta di non comprare lì, ma il punto è poi che metà della mia casa è fatta con IKEA, made in People’s Republic of China, la spesa grossa la faccio al Todis o al Lidl, i vestiti li compro da H&M e i film li guardo in streaming. E allora che devo fare? Sono molto combattuto, tra una scelta antieconomica, ma corretta, e una economica, ma con diverse ombre sulla sua eticità e lungimiranza.

L’uovo di colombo è allora questo: far diventare economiche le scelte di consumo etico, di modo che io non mi senta etico ma fesso nel farle, ma anzi etico e pure furbo.

Un esempio per tornare all’inizio e arrivare alla fine sono le fiere del libro come il Critical Book&Wine, dove c’è lo sconto (come su Amazon, anche se un po’ meno), e dove i ricavi vanno direttamente ai produttori (autori ed editori) e in parte alle realtà che rinvestono quei soldi in attività culturali e sociali, invece che, zitti zitti, portare gli utili in Lussemburgo.

di Marco Baleani

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Marco Baleani è nato ad Ancona nel 1976. Ha studiato filosofia presso l’Università di Bologna, dove si è laureato con una tesi su Sartre e Merleau Ponty. Dopo aver seguito il master in editoria per ragazzi Il Piccolo Principe promosso dall’Università di Bologna, si è trasferito a Macerata dove ha iniziato a collaborare con Quodlibet, casa editrice per la quale ha continuato a lavorare come redattore presso la sede di Roma. Sempre a Roma nel 2009 ha frequentato il master in Nuovi Giornalismi organizzato dalla Luiss e da Internazionale. È tra gli ideatori del progetto Laszlo Biro, uno spazio per l’arte contemporanea e la creazione artistica che ha sede al Pigneto (Roma). Scrive nelle pagine del blog di Ultima Sigaretta, oltre che offrire consulenze tecniche in campo editoriale.

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2 commenti per “Perché Amazon è cattiva e le fiere del libro sono buone”

  1. Marco, una domanda: non credi che forse i clienti delle piccole librerie non sono necessariamente quelli di Amazon?

    A te non è successo quello di andare a una macrolibreria che sembra un supermercato dove c’è un tipo che non sà cosa li stai chiedendo? A volte uno ha bisogno di un vero libraio, ed io credo ancora che non tutte le librerie “tradizionali” spariranno. E come sono una persona positiva, penso anche che i libri minoritari possono trovare la sua nicchia in internet (come è successo con tante altre cose, ad essempio la musica). Magari anche in Amazon…

    Grazie per il post!

  2. Marco Baleani 17/01/2011 - ore 10:41

    @gatavagabunda
    Ciao, grazie per il tuo contributo.

    Non conosco la composizione degli acquirenti su Amazon, e su altre librerie online, ma penso che ci sia un po’ di tutto: da chi cerca un libro specifico, e magari lo compra lì perché non riesce a trovarlo in una libreria tradizionale (e questo è sicuramente un punto di forza delle librerie online) a chi magari decide di comprare un bestseller lì perché c’è lo sconto o per la comodità di riceverlo a casa.

    In generale, secondo me, più posti ci sono che vendono libri, compresi i supermercati, e meglio è. Il punto è quello di regolamentare gli sconti, in modo da tutelare le realtà più piccole e quindi mantenere (e anzi arricchire) la varietà dei canali. Questa condizione economica di base potrà poi permettere, alle varie librerie, di realizzare un’offerta culturale di valore, che non appiattisca la scelta di dove cercare e comprare libri solo sulla basa dello sconto più alto (e qui si torna al concetto di scelta etica/economica).