Alfonso Righini’s Worst of the Best 2014

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9 January 2015
Alfonso Righini’s Worst of the Best 2014

Quest’anno ho scarabocchiato la mia solita bottom ten su un foglio mentre

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leggevo Il cardellino lo scorso weekend. Il libro non è male,

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le cose che meno mi sono piaciute tra quelle che mi dovevano piacere sono invece le seguenti:

10. Gracepoint. Broadchurch era una delle poche cose belle accadute quest’anno. Ovvio che gli americani avrebbero sentito il bisogno di metterci le loro cupide manacce yankee e trasformarlo in qualcosa di profondamente sbagliato – con le loro bellezze femminili plastificate e irreali, con i loro dialoghi semplificati che sembrano un inno al dumbing down, con la loro manicheistica visione del mondo, con i loro sentimenti preconfezionati, con l’amore per i dettagli dell’originale (la scena del gelato, cristiddio) affogati in quelli tutti uguali che da anni ci propinano di là dall’oceano. Continuiamo così, facciamoci del male anche quest’anno.

9. La quarta stagione di Game of Thrones. Avete deciso di annoiarvi per nove ore e mezza per avere quattro colpetti di scena e la più disturbante e gratuita scena di stupro (perché questo è, dolci scoiattolini) che la fiction USA abbia prodotto negli ultimi dieci anni? Odiate davvero così tanto la realtà?

8. Frank. Stanchi di lasciare agli americani il monopolio del quirky, gli irlandesi hanno deciso di prenderne una manciata e farci questo sbilenco ammasso di scene senza costrutto. Beh, cari miei:

7. Under the Skin. Tratto dal romanz(ett)o di fantascienza di Michel Faber, Under the Skin è un art house film – cioè un film che se la tira – che minestroneggia 2001: Odissea nello spazio. Per capirci, è una pellicola in cui c’è una sovrabbondanza di Scarlett Johansson nuda, ed è comunque http://www.cialisgeneriquefr24.com/generique-cialis-pas-cher/ intollerabile.

6. Gli Arcade Fire al Primavera Sound 2014. Così finalmente gli Arcade Fire sono riusciti

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a trasformare il loro spettacolo in un circo. Ora praticamente fanno quello che farebbero i Flaming Lips se le loro canzoni non avessero dinamiche (e loro avessero un ottavo delle idee

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cialis ou viagra che hanno sui costumi).

5. I National

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al Primavera Sound 2014. Se un qualsiasi componente di un gruppo da trenta-quaranta spettatori colpisce il microfono più volte, intenzionalmente o perché troppo ubriaco e/o impegnato a darsi un tono, il fonico lo picchia prima della fine dell’esibizione. Matt Berninger così ci ha fatto un concerto intero, davanti a centomila persone (e più, a sentire i numeri roboanti dichiarati dal Primavera, felici di aver trasformato uno dei festival più belli d’Europa in una cittadella semovente in cui essere nei primi trenta metri davanti al palco alle nove significa vedere il concerto delle undici quattro stazioni di metro più in là).

4. Matteo Renzi. Lo so, sfondo una porta aperta, è troppo facile, è banale, lo so, lo so. Ma in realtà la menzione per il nostro beneamato premier è tutta positiva, perché grazie a lui è stato concepito il profilo di Renzo Mattei che ha alleviato i pensieri più foschi delle mie grigie giornate duemilaquattordicensi.

3. Guardiani della galassia. Dunque la Marvel, visto il successo ottenuto due anni fa da The Avengers, ha pensato di riciclarne la trama incollandola a un gruppo di personaggi minori di cui nessuno sentiva la mancanza. Non mi scomoderò a parlare del risultato, se vi è

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piaciuto non funzionerebbe; mi rimetto al suo honest trailer sperando che squarci il velo di mortadella che vi ha coperto gli occhi quando l’avete visto.

2. Il giovane favoloso. Elio Germano col vestito turchese, le tre poesie che ogni liceale d’Italia conosce (menzione particolare per la poveracciata del Vesuvio che erutta in CGI), Elio Germano che fa le facce, una mandria di attori teatrali che recitano da dio dei bignamini per le medie, Elio Germano che guarda sperso fuori dalla finestra, Elio Germano che guarda assorto il cielo, Elio Germano sempre più gobbo per tutti i seimila minuti del film. Il favoloso giovane Leopardi di Martone è un trombone vecchio fuori e dentro che non si è mai mosso dalla sua stanza per incapacità personale, a cui tutti danno del povero sfigato. Dell’umorismo, della vivacità, della vis polemica di uno dei più irriverenti intellettuali del suo tempo, niente.

1. Interstellar. Vi risparmio gli spoiler: se volete, su Il Post (in questo post, in questo commento allo stesso post e in quest’altro, per completezza) sono ampiamente sussunte le motivazioni per cui questo film è una puttanata galattica (gh gh gh).

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Nato a Bologna nei maledetti anni ‘80, decide ben presto che la vita in provincia non fa per lui. Arrivano Londra, Berlino e Barcellona, che gli riempiono la valigia di esperienze e voglia di costruire qualcosa di grande. Il suo viaggio non è ancora finito, il suo domicilio non è ancora definito. Continua a leggere, ascoltare e a cercare, nonostante tutto, di capire - quam minimum credula postero.

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